Assunzione della B. V. Maria
PRIMA LETTURA
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab
11,19 Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel (+ suo) santuario l'arca dell'alleanza.
Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.
Quest’apparizione dell’arca è in rapporto a 2 Mac 2,4-8. Il profeta Geremia annuncia che «Il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato» (2 Mac 4,7-8). «Ci vedrei qui la traccia di un pensiero comune: nel momento in cui si sarebbe attuata la riunione del popolo allora si sarebbe manifestata l’Arca con ciò che rappresenta: il patto e la sua realizzazione. La scomparsa dell’Arca indica che il patto non è stato ancora compiuto. Questo troverebbe una conferma nella citazione di Es 19,16: Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell'accampamento fu scosso da tremore» (d. G. Dossetti, note sull’Apocalisse, Gerico 6.6.1973).
12,1 Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle.
La donna appare come segno grandioso. È un segno ben visibile che appare nel cielo e non sulla terra. Ella appare quindi nello stesso luogo dove compare il segno del Figlio dell'uomo (Mt 24,30). Essendo segno la donna sta a indicare un evento fondamentale della storia della redenzione degli eletti (cfr. 15,1: un altro segno grande e meraviglioso).
La donna appare nel cielo con i segni della creazione celeste: il sole come veste, la luna sotto i suoi piedi e le dodici stelle dello zodiaco formano la sua corona. In lei vi sono i segni del tempo: il giorno, il mese e l’anno. Nel tempo e nello spazio la donna appare vittoriosa. La corona non è il diadema, simbolo regale, ma è segno di vittoria.
Qui si concentrano passi della divina Scrittura: Sal 104,2: Dio si copre di luce come di una veste. Is 60,1-3: Dio, come luce che sorge, illumina Gerusalemme e ne fa il luogo in cui splende la sua gloria e dove attira tutti i popoli. Bar 5,1: Gerusalemme riveste la bellezza che viene da Dio.
2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Cfr. Is 66,6-8: Giunge un rumore, un frastuono dalla città, un rumore dal tempio: è la voce del Signore che paga il contraccambio ai suoi nemici. Prima di provare i dolori, ha partorito; prima che le venissero i dolori, ha dato alla luce un maschio. Chi ha mai udito una cosa simile, chi ha visto cose come queste? Nasce forse un paese in un giorno; un popolo è generato forse in un istante? Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli.
Il Messia è partorito con grida, doglie e travaglio di parto. Il Messia è frutto di un parto doloroso di Sion, dell’unico popolo di Dio, della Chiesa di tutti i tempi, la cui storia si caratterizza nel partorire il Messia come persona singola e come insieme di tutti i redenti, il Cristo totale.
3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi;
Questo è l’antisegno. L’ enorme drago rosso è identificato con il satana, il serpente antico (v. 9). Vi è quindi un rapporto con Gn 3 che ci fa pensare come questo testo dell’Ap sia una rilettura di Gn 3. Il serpente è grande perché è unico e raccoglie in sé tutta l’opposizione al Messia.
Il coloro rosso fuoco indica il suo carattere bellicoso e omicida.
I sette diademi indicano una sovranità unica e non partecipata e nelle dieci corna vi è un riferimento a Dn 7,7: Stavo ancora guardando nelle visioni notturne ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile, d'una forza eccezionale, con denti di ferro; divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava: era diversa da tutte le altre bestie precedenti e aveva dieci corna.
«Ciò che fa impressione nell’antisegno è che è insieme il satana e la sua incarnazione politica: vi è una connessione strettissima tra gli arconti spirituali e quelli terreni» (d. U. Neri, note sull’Apocalisse, Gerico 7. 6.1973).
4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Un terzo delle stelle del cielo. Cfr. Dn 8,10: le stelle sono gli eletti contro i quali il drago fa guerra. Essere calpestati significa essere perseguitati
Il drago si pose (lett.: stette) davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato.
Stette, indica il limite che il drago non può oltrepassare. Egli prova, ma non riesce.
Il suo intento è quello di divorare il bambino appena nato e non si avventa sulla donna. Egli vuole distruggere colui che è il suo nemico (cfr. Gn 3,15).
5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono.
In queste parole è espresso il mistero del Cristo: la sua origine celeste, pur nato da donna (Gal 4,4), e il suo ritorno al Padre. «È una visione particolare del mistero della salvezza tipicamente giovannea» (d. U. Neri, note sull’Apocalisse, Gerico 7. 6.1973).
6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
La Chiesa sta nel deserto per un periodo stabilito, milleduecentosessanta giorni, in cui deve lottare contro il drago, e solo qui essa ha un rifugio, dove poter essere sicura ed essere nutrita. Come il popolo fu nutrito nel deserto con la manna, così ora la Chiesa è nutrita con l’Eucaristia.
Se la Chiesa non vuole che il drago rosso le divori il Cristo deve fuggire nel deserto; ella non può fidarsi di nessun potere politico perché attraverso di esso il satana tenta di divorare l’uomo (cfr. Mt 2,13, la strage degli innocenti). «La donna deve soggiacere ad alcune condizioni, particolarmente combattere fuggendo e se avesse qualche senso la strage degli innocenti sarebbe accentuata questa condizione della donna che si rifugia nel deserto in rapporto alle incarnazioni del potere politico. In ogni potere politico c’è la possibilità che il dragone s’impossessi» (d. G. Dossetti, note sull’Apocalisse, Gerico 6.6.1973).
10 Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo.
Dopo la vittoria contro il satana vi è il canto degli eletti, che celebrano con Cristo la sua vittoria.
L’inno s’incentra sul fatto che l’accusatore cessa di essere tale (cfr. Gb 1,9—11; 2,4-5) perché i suoi discepoli sono restati fedeli al Cristo sino alla morte.
«Certo che Cristo è tutto, però in queste prove supreme (i suoi discepoli) ricevono il massimo della loro consistenza e capacità nel combattere: quando noi ci poniamo dalla parte del Cristo e combattiamo per Lui allora il nostro essere acquista il suo massimo di consistenza: si è degli esseri veri (e non delle larve) ai quali Dio dà contenuto. È la verifica di quella espressione: Chi perde la sua anima per causa mia e del vangelo, la salverà Mc 8,35). Chi dà tutto se stesso, ritrova la sua personalità nella sua pienezza, anche rispetto a Dio» (d. G. Dossetti, note sull’Apocalisse, Gerico 7.6.1973).
Abbozzo di lettura mariana
a) il Messia è una persona determinata, è Gesù: Egli quindi ha una madre singola. Nel testo (v. 5) il Figlio è il Re Messia (lettura di Sal 2,9), che è rapito presso Dio e presso il suo trono (risurrezione e ascensione).
b) In questo testo convergono Gn 3,15 e Is 7,14 letti in Gv 2 (nozze di Cana) e 19 (La madre presso la croce) in chiave mariana.
c) La presenza di Eva (la donna di Gn 3,15) la cui stirpe vince l’antico serpente.
Le due letture (quella ecclesiale e mariana) si includono vicendevolmente.
Tra la Chiesa e Maria vi è un rapporto inscindibile: Maria rappresenta la Chiesa e ne diviene simbolo e segno.
La maternità di Maria rivela la maternità stessa della Chiesa.
La Chiesa implora e ottiene il Cristo, che si fa Carne in Maria; Maria coopera con la Chiesa nel suo ruolo di Madre, cioè nel suo rigenerare a immagine e somiglianza di Cristo gli uomini in virtù dell’annunzio evangelico e della celebrazione dei divini misteri.
Maria anticipa il destino della Chiesa con il suo parto verginale e con la sua glorificazione nel corpo e nell’anima:
«La Madre di Gesù è immagine e inizio della Chiesa, che dovrà avere il suo compimento nell’età futura» (LG, 68).
In tal modo maria non può essere senza la Chiesa, né la Chiesa senza Maria.
In Maria l’anelito di tutto il popolo di Dio è esaudito e la Madre del Messia, proclamata beata da tutte le generazioni, rivela alla Chiesa il senso delle sue sofferenze, delle sue fatiche e delle sue lotte perché tutti i popoli divengano l’unico popolo di Dio in cui Cristo è pienamente presente.
Anche negli apostoli si manifestano queste doglie di parto della Chiesa (cfr. Gal 4,19).
SALMO RESPONSORIALE Sal 44
R/. Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Figlie di re stanno tra le tue predilette;
alla tua destra la regina in ori di Ofir.
Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio,
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.
Al re piacerà la tua bellezza.
Egli è il tuo Signore: prostrati a lui.
Con lei le vergini compagne a te sono condotte;
guidate in gioia ed esultanza
entrano insieme nel palazzo del re.
SECONDA LETTURA 1Cor 15, 20-26a
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza.
Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi.
L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte.
Alleluia, alleluia.
Maria è assunta in cielo;
esultano le schiere degli angeli.
Alleluia.
Dal vangelo secondo Luca Lc 1, 39-56
39 In quei giorni, Maria (+ alzatasi) si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Alzatasi Maria si alza per la potenza dello Spirito Santo che è in lei. Tutto quindi avviene nello Spirito ed è pieno del mistero del Cristo.
In fretta. Il termine sottolinea un'ardente premura che nasce dall'amore, oppure può nascere dalla brama di possedere subito qualcosa che è promesso; vedi Mc 6,25: Salome rientra subito in fretta dal re per chiedere la testa di Giovanni Battista. In tal modo due donne accorrono con sollecitudine da Giovanni: una alla sua nascita, Maria, e una alla sua morte, Salome. Maria reca la vita e il bambino esulta di gioia riconoscendo il suo Signore, l'altra reca la morte.
Verso la montagna, in una città di Giuda. Qui avviene la prima rivelazione del Cristo attraverso la madre, come la sua nascita avverrà nella città di Betlemme, sempre in Giudea, come è scritto: Conosciuto è Dio in Giudea, in Israele è grande il suo nome (Sal 75,2 Vg).
40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
E salutò Elisabetta. Come il precedente, l'Annunciazione, anche questo racconto è incentrato sul saluto. Maria che è salutata dall'Angelo, saluta Elisabetta; di nuovo il cielo è congiunto con la terra.
Salutò, in ebraico: domandare riguardo alla pace (cfr. Es 18,7; Gdc 18,15). Maria chiese ad Elisabetta riguardo alla sua pace (anche oggi così ci si saluta) con il saluto di Booz antenato del Messia: Il Signore è con te (cfr. Rt 2,4), lo stesso saluto rivoltole dall'Angelo.
L'uno e l'altro sono due saluti messianici: Il Cristo è la Pace e l’Emanuele (che significa Dio è con noi, Mt 1,23).
Ora Maria, nel suo saluto, comunica a Elisabetta non la speranza della pace messianica e l'augurio che il Signore sia con lei, ma la stessa Pace e l'Emanuele in lei presente e quindi lo Spirito Santo.
41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. (+ Ed) Elisabetta fu piena di Spirito Santo
Sussultò, traduce un verbo greco che significa anche salto, balzo, tripudio, imbizzarrisco (di cavalli) e si trova pochissime volte nella traduzione greca della Bibbia, ma in contesti tutti importantissimi: Gn 25,22: sussultavano (trad.: si urtavano) i bimbi in lei. Nel seno di Rebecca, anche lei miracolosamente liberata dalla sterilità, i due gemelli Esaù e Giacobbe, si oppongono l'uno all'altro, secondo l'oracolo del Signore: «il minore dominerà il maggiore»; Sal 113,4-6: Le montagne saltellarono come arieti; Sap 17,19: l'invisibile corsa di animali scalpitanti.
In questi due ultimi luoghi il contesto è di gioia delirante per la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto, in cui sono coinvolti con il popolo dei salvati tutti gli elementi fisici. Mal 3,20: Uscirete come saltellanti vitelli di stalla. È la gioia provocata dal sorgere del sole di giustizia (cfr. note di sr M. Gallo).
Il motivo prefigurato in Gn 25,22 e nei testi della gioia escatologica determina l'uso del vocabolo in Luca: il movimento naturale del bambino nel seno materno è la gioia escatologica per l'epifania del Cristo (Fitzer).
Elisabetta fu piena di Spirito Santo. Il bambino riceve lo Spirito dal Signore e lo comunica alla madre, come profeta è santificato fin dal seno materno e questa santificazione si comunica anche alla madre.
Ed esclamò a gran voce. La voce di Maria (44) media l'effusione dello Spirito Santo, Spirito di esultanza, e in questo momento si compie la profezia dell'Angelo (13). Come non si può dire il Nome di Gesù se non nello Spirito Santo (cfr. 1 Cor 12,3), così non si può riconoscere in Maria la madre del Signore, se non nello Spirito Santo.
«Le tre azioni: sussultò, fu piena di Spirito Santo, esclamò, sono tre azioni istantanee: saltò il bimbo, fu ripiena la madre di Spirito ed esclamò. Si coglie in qualche modo lo sforzo della lingua umana di esprimere la semplicità dell'operazione divina che è trinitaria: è esplicita la menzione del Signore Gesù e dello Spirito, il passivo di riempire suggerisce la presenza del Padre» (Sr M. Gallo, appunti).
42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
«Esclamò (mandare grida, gridare). Nella Settanta (la traduzione greca) è usato in 1 Cr 15,28; 16,4-5; 2 Cr 5,13. Nei luoghi citati è un verbo del culto, è lo strepito degli strumenti musicali e delle voci del popolo e dei cantori stabiliti a questo ufficio che lodano Dio e particolarmente lo lodano per il trasporto dell'arca a Gerusalemme in mezzo al suo popolo: l'arca è la presenza stessa di Dio (cfr. 1 Cr 15,16). Il racconto delle Cronache è solo profezia della realtà che ora si compie. Non Davide, non i leviti, ma Elisabetta, di stirpe sacerdotale, ha incontrato per la prima volta la vera arca santa di Dio e l'ha riconosciuta nello Spirito Santo» (Sr M. Gallo, appunti).
In questo grido esplode tutta l'attesa d'Israele. La sposa esulta nell'avvicinarsi dello sposo. In Elisabetta, da sterile resa feconda, è messa fine alla sterilità della sposa causata dalla sua infedeltà a Dio: Esulta, o sterile, che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori (Is 54,1).
Benedetta tu fra le donne. Ogni donna d'Israele vedeva nella benedizione del proprio corpo un segno attivo della grazia operante di Dio; tanto più la madre del Messia è «la benedetta fra le donne» (Beyer). Questa benedizione richiama Gdt 13,18: «Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra».
Nella seconda parte della benedizione Elisabetta dice: e benedetto il frutto del tuo seno. Il Dio altissimo, che ha creato il cielo e la terra, è diventato frutto del grembo di Maria. In tal modo si realizza la parola del Deuteronomio (28,4): Benedetto sarà il frutto del tuo seno. Vedi anche Gdc 5,24: Sia benedetta fra le donne Giaele, la moglie di Eber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda!
43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
A che debbo (lett.: donde). Indica l'origine divina della rivelazione. È lo Spirito Santo che le ha rivelato, in Maria, la Madre del suo Signore.
Davanti a Maria, che pure si è dichiarata piccola, Elisabetta si dichiara indegna di accogliere la madre del suo Signore. Elisabetta riconosce dunque la presenza tanto attesa del Cristo e la saluta con questo forte grido che è il compimento dell’attesa.
44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
Di gioia. Nel V.T. il termine si incontra in contesti escatologici e messianici. Sal 44,7: ti unse Dio.... con l'olio della gioia; 15: ...
afranusieki